Su come, certe volte, è la vita a restare uguale mentre siamo noi a cambiare — e ci mettiamo anni ad accorgercene.
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A ventitré anni costruivo grattacieli a New York. È una di quelle frasi che da fuori suonano enormi, e dentro, a quell’età, le vivi come la cosa più naturale del mondo. Camminavo per la città, alzavo un dito verso un palazzo e pensavo: quello l’ho fatto io. C’è un’età in cui ti identifichi in quello che produci, in cui il lavoro è la risposta più veloce alla domanda «chi sei». E per un bel po’, quella risposta mi è bastata. Mi sentivo qualcuno.
Poi la luce ha cominciato a spegnersi, piano. È stata una cosa lenta, lunga cinque, sei, sette anni — il genere di spegnimento che fai fatica a notare proprio perché è graduale. Il lavoro era cambiato sotto i miei piedi: dal progettare qualcosa di unico si era passati a far quadrare tempi e costi. Lo stimolo di studiare, di approfondire, di trovare la soluzione che ancora mancava, si era spento. Continuavo a spingere, a mettere ore e attenzione, e tutto quello sforzo restava lì, a vuoto. Avevo amato quel mestiere con tutto me stesso, e mi ritrovavo a farlo svuotato.
Per un po’ me la sono presa col lavoro. È la reazione più comoda: il problema sta fuori, è cambiato il settore, è cambiata l’azienda, è cambiato il mercato. La verità, però, era un’altra, e più scomoda da ammettere. Il lavoro era rimasto quello di sempre. Ero io a essere cambiato. E quella scintilla che cercavo esisteva ancora — si era soltanto spostata, e mi aspettava da un’altra parte.
L’ho ritrovata nel lavoro sulle persone. Lo stesso fuoco di quando avevo ventitré anni e disegnavo qualcosa destinato a restare in piedi per decenni — solo che adesso quello che provo a costruire sta dentro a qualcuno, e dura ancora di più. E ti dico la cosa più bella: certe mattine, mentre lavoro, mi sento di nuovo esattamente quel ragazzino di ventitré anni a New York. La passione aveva solo bisogno di un altro materiale.