Su cosa succede quando misuri una cosa che ami con il metro sbagliato.
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Ho venduto settanta copie del mio libro. E per un po’, davanti a quel numero, mi sono sentito un fallito.
In quel libro ci avevo messo qualcosa di mio, di vero. E ti racconto cosa succede dentro quando vedi una cifra così, perché succede e fa parte del gioco. Parte una voce. Ti dice: sei incapace. Ti dice: cosa avrai mai scritto. Ti dice: era poca roba, gli altri ci riescono e tu resti indietro. È una voce precisa, la conosci anche tu, perché prima o poi parla a chiunque metta qualcosa di sé nel mondo e poi ne conti il risultato.
Ci ho girato attorno per un po’, dentro quella voce. Poi mi sono fermato su una domanda semplice: per cosa l’avevo scritto, quel libro? L’avevo scritto per una ragione precisa — che qualcuno, leggendolo, si muovesse. Dentro, nella vita, in una decisione. E quelle settanta persone si erano mosse davvero. Mi avevano scritto, mi avevano fermato per strada, avevano condiviso, avevano pensato.
Stavo misurando la cosa giusta con lo strumento sbagliato. Il numero diceva una parola: fallimento. Lo scopo ne diceva un’altra, opposta: centrato. Avevo ottenuto esattamente quello per cui l’avevo fatto. Settanta persone toccate sono settanta vite in cui qualcosa si è spostato. Bastava cambiare il metro, e da fallimento diventava il risultato che volevo. Da allora, prima di sentirmi un fallito, mi fermo su una domanda sola: lo sto misurando con il metro giusto?