Un imprenditore mi ha detto: «Non ho più una vita»

Sulla trappola di chi costruisce qualcosa di grande — e a un certo punto si accorge di esserci rimasto chiuso dentro.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Michele Laurito (@themichelauri)

Un imprenditore di successo si è seduto davanti a me e mi ha detto una frase secca: «Non ho più una vita». Uno che ce l’aveva fatta, dal di fuori. Azienda avviata, numeri in ordine, tutto a posto. «Voglio ritrovarla, quella vita, e mi sfugge», mi dice.

E poi mi spiega le sue giornate. Le passava a spegnere incendi, uno dietro l’altro. Ogni decisione passava da lui. Ogni cosa, per potersi chiudere, aspettava lui. L’intera azienda ruotava attorno a una sola persona — lui. Aveva costruito qualcosa di grande, e dentro a quel qualcosa lo spazio per la sua vita si era ridotto a zero.

Questa è la trappola di chi crea qualcosa di proprio, e pochissimi la raccontano. Lo costruisci tu, pezzo per pezzo, con le tue mani e le tue notti. E a un certo punto ti scopri l’unico rimasto chiuso dentro. Diventi il prigioniero della cosa che avevi costruito per essere libero.

Lui, a un certo punto, ha fatto la cosa più difficile: si è fermato. E si è chiesto due cose. Questa azienda mi rappresenta ancora? E io, qui dentro, come mi sento? Sono domande semplici, e quasi tutti gli imprenditori le tengono a distanza, troppo presi a reggere il resto per concedersi il tempo di farsele.

Da lì ha cominciato a muoversi. Ha tenuto il controllo — il timone di un’impresa resta giustamente in mano a chi l’ha creata — e insieme ha smesso di essere l’unico ingranaggio senza cui tutto si ferma. Ha ridisegnato i pezzi, ha restituito decisioni, ha ricostruito attorno a sé uno spazio che fosse di nuovo suo. Tenere saldo ciò che hai costruito e avere una vita tua stanno benissimo insieme. La gabbia, di solito, comincia ad aprirsi nel momento esatto in cui ti fermi e ti fai la domanda.

Scroll to Top